Devo eravamo rimasti………?
Siamo partiti da questo luogo così evocativo per le nostre radici. Bisogna riprendere il cammino.
Siamo partiti da questo luogo così evocativo per le nostre radici. Bisogna riprendere il cammino.

Bastano i numeri, elencati da Chicco Porcu ad apertura del convegno di sabato al Caesar?s di Cagliari, a dare subito l?idea dei risultati raggiunti nei primi due anni e mezzo di legislatura: 50 provvedimenti di legge approvati con 109 sedute in Consiglio regionale per un totale di 407 ore d?aula nel solo 2006.
Un lungo elenco di cose fatte, una quantità di progetti già avviati e altri in cantiere. Una mole di attività che in un?azienda privata sarebbe al limite della sovrapproduzione ma che ha consegnato agli annali del Consiglio regionale una delle legislature più prolifiche di tutta la storia autonomistica.
Risultati sotto gli occhi di tutti che la giunta regionale ha voluto raccogliere in un agile documento da inviare a tutte le famiglie sarde e che è stato presentato sabato 27 gennaio a Cagliari nel corso di un affollato convegno chiuso dall?intervento del presidente della Giunta regionale Renato Soru.
Nel corso dell?incontro moderato dalla coordinatrice di Progetto Sardegna Caterina Pes si è fatto il punto sui primi 1000 giorni di mandato dell?esecutivo regionale e si è discusso di trasparenza della politica e di diritti di partecipazione; temi affrontati da Gianmario Demuro dell?Università di Cagliari e da Gregorio Gitti dell?Associazione per il Partito Democratico.
Dal piano sanitario a quello paesaggistico, dalla legge sul cinema al federalismo interno, passando per le normative a sostegno del lavoro e dell?agricoltura, sono tanti i settori potenziati e riformati dalla giunta di centrosinistra guidata da Renato Soru. Obiettivi conseguiti garantendo alla Regione un aumento delle entrate del 50% con un livello di spesa cresciuto del 25%. Senza pesare sul deficit già oggi crollato del 75% il cui azzeramento è un traguardo da raggiungere entro il 2007.
Soru ha ripercorso 1000 giorni di attività della sua giunta citando Enrico Berlinguer e la battaglia che il leader comunista ha combattuto in nome della moralizzazione della politica. La questione etica in politica si affronta, secondo il capo dell?esecutivo regionale, con un?efficace riforma che renda la Pubblica Amministrazione migliore, più trasparente e motivata e che costi anche molto meno. Problema sentito più che mai in Sardegna che ?ha un?organizzazione vecchia di quasi 30 anni, una pletora di dirigenti, molti senza un chiaro compito da svolgere e un sistema informatico desueto di cui qualsiasi impresa si sarebbe sbarazzato al più presto?.
Per Soru la questione morale passa anche per la lotta agli sprechi: ?Abbiamo eliminato enti che era più facile occupare che accorpare. Sono stati cancellati 1000 posti di sottogoverno, consigli di amministrazione inutili. Eliminate 24 comunità montane e favorite le Unioni di Comuni?.
Appena il tempo di elencare le cose fatte, lo sguardo per Soru deve essere già rivolto al futuro: ?il nuovo traguardo è fare della Sardegna un?isola delle opportunità e dei diritti, da rivendicare contro le servitù militari e per una scuola che porti l?obbligo sui banchi fino a 18 anni?. Le altre opportunità si chiamano turismo, ma lontano dal miraggio delle seconde case nemiche dell?ambiente e dello sviluppo; identità e cultura che si valorizzano anche grazie ad internet, il lavoro senza precarietà, l?acqua come bene comune.
I risultati ottenuti in due anni e mezzo di governo rappresentano per Soru una credenziale per lavorare al cantiere per il Partito Democratico. ?Ma il mio orizzonte è soprattutto sardo. Noi vogliamo partecipare al Partito Democratico rendendo la Sardegna la regione che più di tutte è vincente sui diritti: che rispetta il protocollo di Kioto, che ha un efficace sistema informatico, che garantisce l?accesso alla banda larga in tutti i paesi, che tutela e valorizza i suoi beni?. ?Perché ? ha concluso Soru ? la Sardegna è il posto più bello in cui vivere, a patto che ci sia il lavoro per tutti e non manchino le opportun

Il nuovo incubo degli italiani si chiama finanziaria. Mai come quest?anno è risuonata nei telegiornali con prepotenza come un maleficio che inghiotte la vita delle persone. Tutti hanno da protestare per la finanziaria:
gli insegnanti di ruolo: che attendono il rinnovo del contratto
gli insegnanti precari: che rischiano l?eliminazione fisica senza poter godere delle 5 lire del rinnovo del contratto di cui sopra
i pompieri, le forze dell?ordine, i professionisti delle arti liberali, i medici di base, i lavoratori dello spettacolo, gli agricoltori diretti, persino gli ambasciatori. Insomma nessuno scampa alla celeberrima scure della finanziaria.
Attanaglia tutti, disturba il sonno peggio di un debito insolvibile, ruba speranza nel futuro, entra nelle tasche degli italiani, cosa non fa questa finanziaria? Nei bar e nei salotti i discorsi sulla finanziaria si rincorrono come ai tempi di quale fosse la formazione più idonea da far scendere in campo per i campionati del mondo: e come allora tutti hanno la loro personalissima idea di finanziaria: malvagia, sanguinolenta, vampiresca, immorale, tutti gli aggettivi sono insufficienti per descrivere la cattiveria che sprigiona questo Leviatano.
Persone un tempo insospettabili oggi parlano di finanziaria: le mamme, le nonne, il fruttivendolo all?angolo, persino lo studente di terza figlio di militari. Ho sentito citare la finanziaria, naturalmente per parlarne male, pure a mia zia, così pia e devota che credevo tutta intenta a recitare rosari e ad allestire altari e niente più.
Molti scendono in piazza: un milione secondo gli organizzatori più pacati, due milioni secondo quelli più ingordi e spudorati, settecentomila secondo la Questura, duecentocinquantamila secondo l?opposizione. Motivo che spinge ad uscire di casa in questo Autunno misto Primavera: ovviamente l?odio verso la finanziaria.
Adesso so con chi prendermela quando non riuscirò a dimagrire, quando la mia macchina farà le bizze o il mio cane scapperà di casa.
E? LA FINANZIARIA?.., BELLEZZA!
p.s. io a causa di questa finanziaria rischio sul serio di finire sul lastrico tra qualche anno, se quello sporco emendamento non viene approvato. Se così non fosse avrò sul serio il diritto di dire che la Finanziaria mi avrà rovinato, ma quando mi incatenerò sotto Montecitorio vorrò essere solo; nessun ambasciatore in doppiopetto o peones del centrodestra dovrà lucrare sul mio dramma in segno di protesta contro la finanziaria.

Un tempo i bambini potevano contare sul caldo abbraccio dell?angelo custode, oggi, nell?epoca della ?razionalizzazione del reale? il protettore di pupi e piccini ha perso le ali e seppure abbia cambiato natura e connotati nessun marmocchio in età scolare si separerebbe da lui(per pudore tralascio l?asilo nido e la scuola materna, ma non ci giurerei che anche lì giochi e trastulli non abbiano come sottofondo i sinistri trilli dei portatili).
Un tempo per difendersi dai mostri e le streghe che popolavano le fiabe i bimbi nulla potevano se non invocare l?aiuto della mamma, che al dire il vero, da abile manager pedagogica, sapeva strumentalizzare l?attività degli spiriti cattivi per impaurire i bambini e trascinarli a letto.
Ma l?entità buona per eccellenza era l?angelo custode: una sorta di protezione divina che aleggiava (è il caso di dirlo) sopra il suo assistito. Ogni bambino poteva contare sul suo personalissimo angelo. Ma adesso i luogotenenti divini in terra rischiano seriamente il posto.
Il responsabile è un nemico molto subdolo, anche se non lo definirei comunque un prodotto del demonio. Il suo nome non è Lucifero (che a sua volta è un angelo, anche se ribelle) e neppure si tratta di un qualunque accolito del principe delle tenebre.
Il nemico finora soverchiante dell?angelo custode si chiama TELEFONINO. Unica consolazione, il nome: noi italiani anche se abbiamo mandato in pensione i vari Gesù Bambino, Angeli Custode, Babbo Natale e Befana manteniamo una speciale predilezione per i nomi che evocano tenerezza e così abbiamo battezzato con un diminutivo che sa tanto di vezzeggiativo un aggeggio di plastica con un nome mellifluo e confortante. Volete mettere l?arido PORTABLE dei francesi, al confronto!
D?accordo, l?angelo custode non è in grado di inviare sms, di spedire mms, di connettersi a internet, o di ricevere i risultati delle partite in tempo reale.
Però conforta quando si spengono le luci nella cameretta al momento di andare a dormire, aiuta a scuola quando la maestra vuole i compiti, ci fa compagnia durante la merenda, il pomeriggio segue i cartoni animati accanto a noi, ci porta notizie sui nonni che non ci sono più. E spesso è un compagno ideale quando si fanno le marachelle.
Però ora mi sorge un dubbio: non è che ad essere spariti non siano invece questi bambini e non tanto gli angeli che invece se ne stanno con le mani in mani in attesa di riavere gli assistiti di una volta?
Oggi i bambini conoscono il valore dei soldi e si fanno i loro conti. Al panino preferiscono la merendina, al pallone reale quello simulato, non fanno più a gare a ricordare le capitali ma preferiscono, spesso, rivelare i capitali dei genitori.
Qualche anno fa lessi il caso di un bambino di Milano che pensava che il gallo fosse un pacco incelofanato nel frigo del supermercato. E di quell?altro che a dieci anni non sapeva cosa fosse il fuoco per il solo motivo che non l?aveva mai visto.
Spero solo che una volta cresciuti non credano alla storiella degli angeli (una bionda, l?altra mora e quell?altra rossa) protagonisti di un noto telefilm americano degli anni Settanta-Ottanta.

Dunque, SCIOPERO. Per la prima volta nella mia breve vita professionale incrocerò le braccia. Non alla stregua dei metalmeccanici dell’Italsider o dei braccianti di Castel Volturno, però abbassero la saracinesca il prossimo 25 novembre. Per anni ho pensato che gli scioperi soprattutto in era berlusconiana fossero un’arma spuntata. Che fossero un deterrente poco efficace per politici e industriali. Ma ho cambiato idea. Sciopero per la scuola, ma il mio è un no politico e morale insieme.
No alla precarizzazione della vita e del futuro di un giovane, di un lavoratore, di un pensionato.
Non so se basterà, ma il 25 non vorrei che la mia astensione e quella di tanti altri fosse un mero intervento burocratico sullo stipendio.

Alla vostra attenzione questo lungimirante pezzo di Gianpaolo Pansa, utile strumento per continuare la discussione animata di sotto. So che è lungo per gli standard e i tempi di un Blog. Ma armatevi di pazienza, ne vale davvero la pena. E poi ditemi se voi la pensate così?
Comprati e venduti ma non servili
di Giampaolo Pansa
Volete un esempio di due sorprendenti fratelli gemelli? Il 10 agosto, Sandro Bondi, il coordinatore di Forza Italia, ha bocciato così il ‘Corriere della Sera’: “Non rappresenta più l’orientamento delle classi dirigenti del nostro paese. Anche l’orientamento pregiudizialmente ostile nei confronti del presidente del Consiglio non è coerente con la vocazione del quotidiano per eccellenza della borghesia modernizzatrice e riformatrice”.
Tre giorni dopo, Piero Fassino, leader della Quercia, ha sparato la sua lamentela contro via Solferino: “Il ‘Corriere’ è uno dei giornali che da mesi conduce, in modo spesso acrimonioso, una campagna politica contro i Ds”.
Mia nonna avrebbe osservato: Dio li fa e poi li accoppia. A me, invece, le due esternazioni fanno rammentare un detto latino che offro ai colleghi del ‘Corriere’: dispiacere alla gentaglia è la lode migliore. Certo, né Bondi né Fassino sono gentaglia.
Ma in questo caso sono di sicuro due gemelli ridicoli. Agli occhi del pubblico, il politico potente che si lamenta è sempre grottesco. E fa venir voglia di sentirlo lamentarsi di più.
In via Solferino si saranno fregati le mani nel leggere quelle parole storte. Immagino il sorriso di Paolo Mieli, il direttore del ‘Corriere’, nell’appendersi alla giacca le medaglie gentilmente offerte dai gemelli.
Lui e la sua redazione potranno pure essere scalati e rifare la via crucis dei giornali comprati e venduti. Ma almeno avranno le carte in regola per dire di essersi divertiti, lavorando senza mettersi al servizio di qualche potenza aliena.
Per il giornalista che non ha il chiodo fisso della carriera, il non avere padrini da servire è la condizione migliore. Ma è una condizione che va costruita giorno dopo giorno, con testardaggine e anche con un pizzico di arroganza.
C’è un modo di dire senese che dipinge alla perfezione questo atteggiamento: ‘Io mi faccio il mio’. Ossia: me ne sto da solo e mi regolo come ritengo giusto. Anche a costo di andare contro, per esempio, alla parte politica che sento più vicina.
In proposito, ho un ricordo che risale ai miei primi tempi all”Espresso’, quando il direttore era Claudio Rinaldi. Si era all’inizio degli anni Novanta e facevamo un giornale molto duro verso il potere berlusconiano in ascesa.
Poi il 21 aprile 1996 vinse le elezioni l’Ulivo di Romano Prodi. A vittoria consacrata, una mattina Rinaldi mi chiese: “A questo punto che cosa dobbiamo fare?”. Gli risposi d’impeto: “Dobbiamo metterci di traverso”. “In che senso?”, domandò lui. Replicai: “Nel senso che dobbiamo raccontare ciò che faranno Prodi e i suoi ministri come se non fossero il nostro governo, il governo che abbiamo votato pure noi”. “È esattamente quello che penso anch’io”, concluse Rinaldi.
Fu quanto accadde, come testimoniano le pagine dell”Espresso’ degli anni successivi. Per onestà, bisogna dire che ci aiutò la presenza di un editore che non chiedeva mai nulla. E lasciava cadere le proteste dei big dell’Ulivo.
Perché ci comportammo così? Perché non volevamo essere i cortigiani di nessuno. Nemmeno dei nostri amici politici. Anzi, Claudio e io ci dicemmo che non dovevamo avere nessuna amicizia politica o, peggio ancora, partitica.
Per quel che mi riguarda, rammentavo quel che mi aveva detto Arrigo Benedetti, il fondatore dell”Espresso’: “M’infurio quando un giornalista mi spiega che il suo patrimonio sono le amicizie tra i politici”.
Non è stato facile muoversi in questo modo. Non si trattava più di scrivere contro Berlusconi, un compito da bambini dell’asilo che abbiamo fatto e facciamo in tanti. Compresi dei colleghi che avevano lavorato per lui e sono poi passati sul fronte opposto.
Tra gli anti-berlusconisti più accesi ho scoperto anche giornalisti che, ai tempi della scalata al gruppo Espresso-Repubblica, tifavano per il magico Silvio. E si auguravano che prendesse tutto il piatto.
Adesso si avvicina un’altra prova più difficile. Tra pochi mesi ci saranno le elezioni ed è possibile che vinca l’Unione di centro-sinistra.
Se andrà così, come si muoveranno i giornali e i giornalisti che hanno fatto della guerra al Cavaliere la loro ragione di vita? Saranno gli aedi del nuovo regime laico, democratico e antifascista? O si metteranno di traverso anche al secondo governo Prodi, facendogli le bucce ogni mattina, come impone la missione di un mestiere che non deve avere riguardi per nessuno?
Se il giornalismo non è cattivo, un po’ carogna e senza rispetto per chi comanda, che giornalismo è? Forza, colleghi oggi così premurosi verso l’opposizione sulla via per andare al potere! Cominciate ad allenarvi al compito nuovo che vi attende.
Anche il centro-sinistra ha i suoi altarini nascosti, sia pure di tipo diverso rispetto all’altro blocco, come provano le cronache finanziarie-telefoniche di questo agosto di fuoco. Prepariamoci a metterli allo scoperto, nell’interesse dei lettori che amano i giornali che pungono e non quelli che lisciano il pelo.
Giampaolo Pansa

Ieri, Torino; la settimana scorsa Mantova. Poche somiglianze, la principale: aver fatto parte della mia list di gitarelle padane.
La città dei Gonzaga è davvero deliziosa, piccola ma monumentale e consiglio a tutti di visitarla. Basterà una sola giornata per ammirare lo splendore di Palazzo Ducale, Palazzo The, la grandiosa chiesa di Sant’Andrea e fare una passeggiata lungo il lago che costeggia la città o sotto i portici a colonne che si rincorrono da una parte all’altra del centro. Immancabile la tappa al Duomo, ricco e policromo, e al parco virgiliano con al centro il grande monumento al poeta latino, orgoglio della città.
Ieri invece mega scarpinata a Torino, città nobile, signorile ed elegante: una signora d’altri tempi austera e composta.
Prossima gita, forse Como.

Ricordate l’istrionico Funari? Lui in quelle deliziose trasmissioni populiste per Roma e dintorni si definiva un GIORNALAIO, non un giornalista. Ancora rifletto se annoverare Gianfrà nell’una o nell’altra categoria sia un torto agli edicolanti oppure un’occasione mancata per i redattori del Bel Paese. Chissà.
Comunque tanti di noi vogliono svolgere la beneamata attività dello scrivere. La strada lo sappiamo bene è in salita. Ma dietro ogni erta china si nasconde la discesa. Il sentiero battuto è quello del master prima e dello stage poi.
Un’esperienza vissuta in diretta e in contemporanea per molti di noi. Apprezzati e scherniti, ottimisti e pessimisti, remissivi e intraprendenti, in ognuno di noi si nasconde il morbo dell’INSICUREZZA. Parliamone, direbbe Marzullo e parliamone rispondiamo in coro.
Come va lo stage? Ma se preferite mantenere una certa riservatezza SERVE LO STAGE per diventare giornalisti? E’ servito, è stato utile il master? Hanno ragione a definisrci dei privilegiati? A sostenere che saltiamo i preliminari (e non mi riferisco alle pratiche più piacevoli del dolce amoreggiar..)
Opinioni e esperienze a confronto, qui per contenere la rabbia, la disillusione, ma anche per lanciarci nell’iperspazio della professione.
Pa

Questi sono 45 motivi per amare la Sardegna secondo Beppe Severgnini. Che ne dite, ce ne sono altri?
GUSTI, PASSIONI E FISSAZIONI
1) C’è il mare di mezzo. La gente non ci finisce per caso, ma ci va per scelta.
2) Il colore dell’acqua. Non ci sono Caraibi che tengano.
3) La sabbia non è polvere. Si infila nelle orecchie, ma poi esce.
4) Il cisto profuma di Sardegna, o la Sardegna profuma di cisto. Ancora non ho capito, ma non è importante.
5) Le danze tradizionali. Dopo tre “filu e ferru”, ballano anche i milanesi.
6) Gli occhi delle donne. Guardateli, e capirete perché in Sardegna comandano loro.
7) I malloreddos hanno un nome simpatico.
Le pecore hanno un’aria filosofica.
9) Cagliaritani e sassaresi sono così impegnati a litigare tra loro che non hanno tempo per noi continentali.
10) La salsiccia sarda è un salume sexy.
11) Le seadas col miele sono una droga consentita.
12) Il ginepro è la versione botanica (e contorta) dei nuraghi: roba solida, che dura.
13) Hanno distrutto la deliziosa piazza sabuada, ma non sono ancora riusciti a rovinare Santa Teresa di Gallura.
14) Sempre a Santa Teresa. Scendo a Rena Bianca (passione di mio figlio), mi sdraio e guardo la Corsica che mostra i denti. Magnifico.
15) I cafoni stanno (quasi) tutti in Costa Smeralda.
16) Ai miei amici sardi non piacciono i corbezzoli. Così li mangio io.
17) La gente pensa prima di parlare.
18) Alcune zone della Sardegna hanno subito una regressione turistica, fenomeno raro in questo emisfero. Prendiamo Rena Majore, nel nord-est, dove ho casa. Nel 1972 c’era la piscina, un trenino che portava al mare, bar e ristorante sulla spiaggia. Nel 2002, nulla di tutto questo.
19) Niente commissario Montalbano. Ma di Sardegna hanno scritto Salvatore Satta, Carlo Levi e D.H. Lawrence.
20) L’accento si può imitare. Basta allenarsi con amici sardi spiritosi.
21) L’uso del gerundio è affascinante (“Scherzando stai?”).
22) Certe calette sembrano il salvaschermo del computer.
23) Il vento rende nervosi molti turisti, che non ritornano. Meglio. Così si sta più larghi.
24) In un posto circondato dal mare (e che mare!) sono specializzati nella cucina di carne.
25) “Quando il traghetto, al termine della notte, si avvicinava alla Sardegna, alzavamo il naso per sentire il profumo. L’importante era non farsi notare. A diciotto anni sono ammesse battute e parolacce; non la poesia dell’alba sul mare” (romantici ricordi del sottoscritto, da “Italiani si diventa”, Rizzoli 1998).
26) Forse nel 2222 termineranno i lavori stradali intorno al porto di Olbia. I miei pronipoti saranno contenti.
27) La Sardegna piaceva a Montanelli e a De Andrè.
28) Bortolo Severgnini (classe 1869, fratello di mio nonno Giuseppe) venne mandato a Tempio Pausania, giovane procuratore del Re. Altri tempi, altre zanzare.
29) Chi dice che i sardi sono piccoli? Sono concisi.
30) Le doppie hanno un crepitio simpatico: ascoltate Francesco Cossiga. Anche quando non sono d’accordo su quello che dice, mi piace come lo dice.
31) Vicino alla magnifica isola grande, ci sono splendide isole piccole (Maddalena, Caprera, San Pietro).
32) Alghero profuma di Spagna, Cagliari di sud, Oristano di sole e Castelsardo di vento.
33) Vermentino freddo e mirto gelato sono l’equivalente della salsa barbeque negli Stati Uniti: potenti evocatori d’estate.
34) I porcellini sono belli, ma soprattutto buoni. Uno assaggia e ringrazia il cielo di non essere vegetariano.
35) Spiaggia del Poetto a Cagliari. La ricordo urbana e decente, e avevano anche i gelati al biscotto.
36) Capo Testa scolpito dal vento. Suona banale, ma è tutto vero.
37) Le donne sarde hanno cominciato a vestirsi in nero molto prima delle PR della moda a Milano.
38) Quando li chiami al telefono, i sardi ricordano sempre chi sei.
39) Il BAM (burino acquatico motorizzato) è abbastanza raro. In mare càpita di sentire il rumore delle onde.
40) Il sughero è più simpatico della plastica.
41) Cala Capra, vicino Palau. Una piscina della Florida senza gli svantaggi della Florida.
42) La lunga spiaggia a est di Vignola. Se ci portano le auto e gli ombrelloni, mi rivolgo alle Nazioni Unite
43) Le piante piegate dal maestrale. Sembrano appena uscite dal parrucchiere.
44) C’è sempre una spiaggia vuota, anche in agosto. Magari all’alba: ma c’è.
45) L’estate non è un brodino tiepido californiano. L’estate sarda comincia (giugno), continua (luglio), si interroga (agosto), si stanca e se ne va (settembre). Come dire: buone vacanze, ci vediamo là.

Ecco un interessante panegirico di Beppe Severgnini che continua a insistere sulle magnifiche e progressive (e POTENZIALI) sorti della Sardegna. Ma forse da questa parte del Tirreno le orecchie sono sempre insensibili.
Sapete cos’è la bellezza abbordabile? Non è una splendida ragazza che vi risponde quando le parlate; è, invece, il criterio con cui molti scelgono le vacanze. Vogliamo un bel posto che ci possiamo permettere. Se manca uno dei due elementi – la bellezza, l’abbordabilità – andiamo da un’altra parte. Ecco spiegata la Grande Lamentela Estiva del 2005, diversa dalla Grande Lamentela Estiva del 2004. L’anno scorso ci lamentavamo che gli stranieri andassero in vacanza all’estero; quest’anno, ci andiamo pure noi.
Leggo: più 7 per cento di connazionali in Grecia, più 15 per cento in Croazia, più 17 per cento in Spagna. Spese dimezzate, in molti casi; i ristoranti costano un terzo. Avanti di questo passo e gli ultimi turisti italiani, in Puglia o in Sicilia, verranno internati nei Centri di Permanenza Temporanea (Cpt): un modo per impedire che vadano via. Anche in Sardegna, ho notato, c’è più spazio del solito. Ma lì qualcosa sta cambiando. Italiani e stranieri hanno capito che non è necessario farsi spennare in Costa Smeralda dopo aver contratto un mutuo per pagarsi il volo: esistono altri voli, molti traghetti e posti favolosi dove ombrelloni e due lettini costano 10 euro al giorno (oppure non ci sono: ancora meglio) E’ bastato introdurre voli economici su Olbia, Alghero e Cagliari – tre aeroporti come si deve: avercene, sulla penisola – e gli stranieri – inglesi in testa – hanno cominciato ad arrivare. Sono pronto a scommettere: il rigagnolo diventerà un fiume (chi prova la Sardegna, non la molla). A un patto: che un posto antico e stupendo proponga un’offerta moderna. A questo proposito, mi permetto tre suggerimenti. Agli amici sardi dico: chiamateli Consigli Interessati di un Ammiratore Continentale (CIAC!).
1) Le vostre necessità domestiche coincidono con le nostre necessità turistiche. Mi spiego. Apro la «Nuova Sardegna» e leggo della necessità di presìdi sanitari; di raccolta differenziata (la stragrande maggioranza dei rifiuti finisce in discarica così com’è); di discariche abusive (una trentina solo nel comune di Carloforte!). Sistemare queste cose vuol dire migliorare la vita per i sardi e, insieme, offrire un prodotto turistico allettante. Il turista moderno, infatti, è viziato: vuole l’esotismo ripulito. Il mare può essere incantevole, ma se l’auto è parcheggiata vicino a un cumulo di immondizia, gli girano le scatole.
2) Viaggiando all’estero, continuo a incontrare giovani sardi: nelle università americane e nelle aziende svizzere, nelle società inglesi e nelle telecomunicazioni del Nordeuropa. Sento parlare di «voucher fomativi per i laureati sardi», valore 50 milioni di euro: vanno all’estero, imparano, poi tornano. L’idea è buona: ormai vince chi sa le cose. Non solo: i sardi vogliono bene alla propria terra, e se capiscono di poter dare una mano, arrivano.
3) Il disinteresse con cui la Sardegna è stata trattata dal resto d’Italia è indiscutibile. Ma alcuni madornali errori industriali – piazzare acciaierie nel golfo di Napoli: ci voleva un genio – non sono stati commessi. Molte regioni – Campania in testa – devono demolire, se vogliono costruire. Alla Sardegna basta costruire. Che non vuol dire – i «metrocubisti» non s’illudano – tirar su l’ennesimo villaggio che offre ai locali miseri lavoretti e a settembre si svuota. Né creare «Disneyworld», come teme Luca di Montezemolo. Vuol dire metter su un progetto turistico più lungo dell’estate (Cagliari è fantastico per il fine-settimana: ma nessuno lo sa). Dopo l’opportuno, e temporaneo, «decreto salvacoste», ora bisogna approvare in fretta il Piano Paesaggistico Regionale.
Quindi forza, Mr Soru: l’Italia vi guarda. Se sarete bravi, poi vi imitiamo tutti.
Beppe Severgnini
Dal Corriere della Sera di giovedì 14 luglio 2005